Una serie di sfortunati eventi

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Recensione Una serie di sfortunati eventi 3: la serie tragicomica di Netflix arriva al capolinea

La recensione di Una serie di sfortunati eventi 3, ultima stagione della serie basata sugli ultimi quattro libri del ciclo di Lemony Snicket.

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"Se state ancora guardando la serie, avete perso la ragione", recita la sigla nell'ennesima variante concepita per riassumere le modifiche da un doppio episodio all'altro, mantenendo fin dall'inizio il rapporto altamente ironico tra lo show e il suo pubblico, così come lo era quello tra i lettori e i romanzi (il terzo e quarto episodio contengono invece la frase "Questa serie è così cupa che dovrebbe essere illegale", il quinto e il sesto ribadiscono che non bisogna fidarsi degli autori del programma, e l'ultimo invita a non continuare la visione). Il fascino di Una serie di sfortunati eventi 3, come del resto tutta la serie, in ogni sua forma, è sempre legato a quell'equilibrio tra avventura per tutte le età, humour nero e riflessione sulla natura della narrativa stessa.

E l'adattamento seriale di Netflix, giunto ora al capolinea con gli ultimi episodi, ha saputo gestire quell'equilibrio rendendolo compatibile con la nuova modalità di fruizione delle storie di Lemony Snicket: la sigla, come già detto, specifica che questa è l'ultima stagione, e nella seconda puntata il Conte Olaf critica l'apparizione improvvisa della backstory dei suoi complici. Brillante nella sua apparente semplicità anche il marketing, con un poster recante la scritta "Abbiamo tenuto il peggio per la fine", altamente ironica dato che gli episodi sono arrivati sulla piattaforma di streaming il primo giorno del 2019.

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Dalla montagna all'oceano

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Dopo il cliffhanger (letterale) dello scorso anno, eccoci giunti al capolinea, con una piccola deviazione dalla formula: i soliti due episodi a testa per gli eventi de La scivolosa scarpata, L'atro antro e Il penultimo pericolo, uno solo per La fine, il tredicesimo romanzo che già di suo rappresenta un punto di rottura netto con quanto accaduto nei tomi precedenti (e l'unico vero difetto del suo corrispettivo catodico è l'inclusione della didascalia "Capitolo Quattordici", che avrà senso solo per chi conosce la struttura dei libri). Già nella seconda stagione, contenente i libri 5-9, avevamo assistito al progressivo sgretolamento del meccanismo a ripetizione, con l'abbandono dell'escamotage dei tutori e la graduale riduzione del ruolo di Mr. Poe, sempre più inutile come aiutante dei poveri fratelli Baudelaire. Qui l'allontanamento è ancora più esplicito: niente più travestimenti per il perfido Olaf (il che però non incide sul meraviglioso istrionismo di Neil Patrick Harris) e niente più ricerca di un luogo dove vivere in pace, solo una lunga, tormentata fuga che va dalle alte montagne alle insidie degli abissi, per poi tirare in ballo il luogo transitorio per eccellenza, un albergo. Un albergo il cui nome, Denouement (dal francese dénouement, "scioglimento" o "conclusione"), è forse il più beffardo dei vari giochi linguistici inventati da Daniel Handler. Beffardo è anche tutto il penultimo episodio, con una componente processuale a base di guest star che ritornano, il che non può non far pensare al finale di Seinfeld dato che Snicket, ancora una volta, ha le fattezze di Patrick Warburton.

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Lasciate ogni speranza, voi che salpate

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Al netto di tutte queste deviazioni, la terza stagione è comunque una sorta di chiusura del cerchio, per quanto questa avvenga in modo inatteso. Una parola "fine", lontana dalle allettanti allitterazioni dei titoli precedenti, che ci porta su un'isola misteriosa (no, non quella di Verne), dove tutto si conclude e inizia, in un ciclo continuo. Un'isola dove convergono due dei tanti omaggi letterari sparsi in giro per la serie, ossia Robinson Crusoe e Moby Dick. Da un lato un racconto di sopravvivenza relativamente lineare, dall'altro un'opera complessa e stratificata che sotto le mentite spoglie dell'avventura intrisa di vendetta cela riflessioni più profonde sul piano tematico e linguistico. In altre parole, le due anime del lavoro di Snicket/Handler, autore di un ciclo di storie che infrangevano molte delle regole della narrativa per un pubblico più giovane ma al contempo aderivano ad altri precetti. L'autore ci invitava a non leggere, ma era proprio la promessa di orrori continui e della mancanza di un lieto fine a spingerci a continuare.

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Lo stesso è stato con la trasposizione di Netflix che, dopo il primo tentativo un po' edulcorato visto al cinema nel 2004, ha saputo rispettare perfettamente lo spirito dell'opera: niente di troppo esplicito per traumatizzare a vita gli spettatori più giovani (l'età ideale è dai sette anni in su), ma allo stesso tempo un desiderio costante di andare oltre ciò che ci si potrebbe aspettare da un'opera con un target specifico. Tre bambini in pericolo, accompagnati da citazioni di ogni genere, da Edgar Allan Poe ai Monty Python, creando un gioco metatestuale che proprio nel formato seriale e su Netflix ha trovato la sua traduzione audiovisiva ottimale. E dopo aver salutato per l'ultima volta Violet, Klaus e Sunny, la tentazione di ricominciare da capo, ora che la serie è completa, è molto forte. A patto, ovviamente, che non si salti la sigla, fondamentale ai fini di quel gioco instaurato con lo spettatore: "Look away, look away..."

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Max Borg
Redattore
4.0 4.0
Cinecittà World
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