Le nostre battaglie

2018, Drammatico

Le nostre battaglie, la recensione: operai, padri e figli

La recensione de Le nostre battaglie, opera seconda di Guillaume Senez, presentata a Cannes e Torino.

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Le nostre battaglie è il secondo film del regista belga Guillaume Senez, presentato in anteprima mondiale a Cannes alla Semaine de la Critique e poi in concorso al Torino Film Festival, dove ha vinto il Premio del Pubblico e il Premio Cipputi (in Belgio si è invece portato a casa cinque Magritte du Cinéma, l'equivalente dei nostri David di Donatello). Protagonista della vicenda è Olivier (Romain Duris), che combatte da sempre contro le ingiustizie sul posto di lavoro. La sua vita cambia radicalmente quando, all'improvviso, sua moglie esce di casa e non torna più, lasciandolo solo con i figli, costretto a mantenere, in un modo o nell'altro, l'equilibrio tra famiglia e professione...

Duplice conflitto

"Tutti i miei film partono da me, dalle mie incertezze, dalle mie paure. Mi sono separato dalla madre dei miei figli cinque anni fa. Come Olivier nel film, ho imparato a vivere da solo con loro, a guardarli, ad ascoltarli e a capirli. Questo mi ha aiutato molto, come uomo e come cineasta. Il film nasce da lì." Così si esprime, nella dichiarazione personale che accompagna la scheda de Le nostre battaglie nel catalogo della Semaine de la Critique di Cannes, il regista Guillaume Senez, al secondo lungometraggio dopo la prima, trionfale esperienza di Keeper (vincitore del Torino Film Festival nel 2015). Due film agli antipodi, accomunati dal tema della paternità: imminente nel primo caso, assodata e messa alla prova nel secondo. Da un lato un giovane che non è del tutto pronto ad avviare una famiglia tutta sua, dall'altro un uomo adulto che la famiglia la tiene in piedi da anni e ora, nel momento della crisi totale, deve riuscire a salvarla.

Due battaglie che sono anche nostre

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Perché come dice il titolo del film, la battaglia non è una sola: Olivier non deve solo assicurarsi che l'equilibrio famigliare rimanga più o meno intatto dopo la partenza della moglie, ma deve anche garantire che sul posto di lavoro i diritti di tutti siano rispettati. Due battaglie, che però non sono sue, ma nostre. Oliver si fa portavoce non tanto di un piccolo gruppo di operai o del nucleo domestico, ma di una nazione, un continente, un pianeta intero, un macrocosmo racchiuso nel microcosmo che Senez racconta con asciuttezza e onestà, con una dose di realismo non indifferente (le riprese si sono svolte in una vera fabbrica). Un urlo di dolore e umanità che, anche per accostamento parziale nel programma di Cannes, evoca qualche paragone con In guerra di Stéphane Brizé: la terminologia è simile, il tema anche. Ma laddove il film di Brizé è più apertamente di denuncia, ancorato in una realtà ben precisa legata al mondo del lavoro in Francia, Senez opta per un approccio più sottile, più intimo, mescolando i due piani - professionale e privato - con equilibrio e delicatezza, affrontando la questione con un tocco più universale.

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Le sfide del padre

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"Lascio un massimo di libertà ai miei attori, partiamo insieme alla ricerca di una spontaneità, di una verità emotiva. Non consegno una sceneggiatura con i dialoghi, ma lavoro con loro prima delle riprese affinché ognuno trovi il proprio personaggio." Quest'altra dichiarazione, sempre dal catalogo della Semaine cannense, approfondisce l'altra particolarità del progetto, che lo rende diverso da tanto cinema in lingua francese: in assenza di una sceneggiatura calibrata al millimetro e grondante battute intrise di filosofia, humour e/o spirito di denuncia, Romain Duris e i suoi colleghi lavorano molto sul non detto, sulle frasi che rispecchiano maggiormente la realtà quotidiana, sulle esitazioni e sui tentennamenti che caratterizzano le interazioni umane in un contesto che non sia quello del cinema. Non ci sono discorsi fluviali carichi di estro furibondo, ma piccole conversazioni a base di tenerezza, dubbio, determinazione. E come Olivier che deve mantenere l'equilibrio tra i due mondi, così lo deve fare anche Senez, padre di un'opera cinematografica che segue una sorta di canovaccio riconoscibile ma al contempo si allontana dalle convenzioni e si appiccica al reale, di cui vuole documentare le varie sfaccettature. Il titolo del film è pertanto applicabile anche al cineasta, le cui battaglie per dare visibilità a un tema forte con un lungometraggio delicato e fragile, fuori dal consueto sistema produttivo transalpino, vanno di pari passo con quelle del protagonista. Due combattenti, i cui sforzi, nel loro piccolo, hanno un impatto considerevole.

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Max Borg
Redattore
4.0 4.0
Cinecittà World
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